L'ULTIMO DEI MO(H)ICANI E LE IMPROBABILI ALLEANZE: IL FINE NON E' LA PROPRIETA' DI UN SIMBOLO, MA LO SVILUPPO DI UN'IDEA (tempo di lettura: 6' ca.) - Alberto pensa - Alberto Gaffuri

Vai ai contenuti

Menu principale:

L'ULTIMO DEI MO(H)ICANI E LE IMPROBABILI ALLEANZE: IL FINE NON E' LA PROPRIETA' DI UN SIMBOLO, MA LO SVILUPPO DI UN'IDEA (tempo di lettura: 6' ca.)

Pubblicato da in Alberto e la politica ·
Candidarsi non è un dovere. E’ un’opportunità. Non esistono candidature di servizio, anche se questo ritornello si sente spesso e volentieri. Ci si candida perché si crede di poter dare qualcosa in più rispetto a ciò che c’è, consapevoli che la vittoria genera responsabilità (oneri e onori), mentre la sconfitta, spesso, un inedificante – e antisportivo – pubblico ludibrio, specie da parte di coloro che la faccia non ce la mettono mai, ma stanno nascosti, alle spalle di questo o quell’altro papabile, in attesa di raccogliere qualche briciolina del successo altrui. Lettura spietata la mia? Sì. Realistica? Pure.
Candidarsi, specie se il risultato non è già scritto (e, conseguentemente, non si sa già a priori chi vincerà e chi, invece, no), ti dà un sacco di adrenalina. Se ci si crede, se si ha in corpo quello che io definisco senza vergognarmene il “sacro fuoco”, la candidatura, per qualsivoglia livello si concorra, è un fatto entusiasmante, che riempie di tensione, che regala sprazzi di entusiasmo alle stelle e momenti di insofferenza infinita. Per chi le ha vissute davvero, per chi s’è candidato almeno una volta senza paracadute, santi in paradiso, “padri nobili”, finanziatori e via discorrendo, quello della campagna elettorale è un momento magico, sublime nel suo essere tutto e il contrario di tutto.
Si sente affetto, ma anche solitudine; si percepisce stima, ma anche odio viscerale; si vive alla giornata, ma anche si progetta il futuro. Si tratta, insomma, di un miscuglio di esperienze che insieme ti esaltano, ti fiaccano, ti tranquillizzano e, al tempo stesso, ti gettano nello sconforto.
Descrivere tutto ciò ulteriormente serve a poco. Soltanto chi la faccia ce l’ha messa davvero, in prima persona, sa di cosa parlo. Tutti gli altri, aimè, dovranno fidarsi.
Perché scrivo tutto ciò? La risposta è semplice. Devo una risposta, o almeno mi piace l’idea di darla, a tutti coloro che, specie nelle ultime settimane, m’hanno chiesto il perché non mi fossi impegnato nella corsa (ammesso che di sfida vera si tratti) alla segreteria provinciale del Partito Democratico.
Vado al nocciolo della questione. Per come intendo io la politica, cioè uno strumento che deve tendere a dare risposte - o almeno provare a darle - ai problemi prima territoriali, poi regionali e via via nazionali, europei e mondiali, lanciarsi nella sfida di cui sopra, almeno in questo momento, per il sottoscritto sarebbe stato uno slancio a metà perché monco di un prerequisito indispensabile: l’entusiasmo. Non provo infatti alcun tipo di passione nel vedere alleanze costruite a tavolino seguendo la logica della spartizione del (piccolo) potere partitico locale, tantomeno nel dedicarmi alla costruzione di una proposta che abbia nell’abbattimento di quel (poco) che ancora rimane l’unico obiettivo, oppure se non altro il principale.
Negli ultimi anni, inutile far finta non sia così, in via Regina Teodolinda mi sono spesso sentito ospite. Se c'è una sensazione che mi piacerebbe nessuno debba più percepire attorno a sé è proprio questa.
L’inizio fu devastante. Era il 2012, un’era geologica fa (politicamente parlando) e in città tutti erano schierati contro a quello che, soltanto l’anno successivo, sarebbe diventato il loro cavallo. In platea, al Setificio, c’era chi rideva, chi sbeffeggiava, chi mostrava insofferenza. C’erano tutti, allineati e coperti. Guarda caso come sta avvenendo oggi, volti compresi. Nel 2014, il secondo passaggio, non senza un appello finale al voto il giorno prima delle “primariette”  – ovviamente a me contrario – espresso nell’assemblea provinciale a mia insaputa (e in mia assenza, s’intende).
Da lì in avanti è stato un susseguirsi di più o meno evidenti contrapposizioni, con le due Lariopolde prima osteggiate, poi abbracciate con il medesimo entusiasmo con il quale da bimbo mangiavo la minestra, una serie di tentativi di ricondurre all’ovile nel nome di un’unità di facciata a trazione governativa e, infine, l’evidenziarsi di una divisione (al sapore di pseudo sostegni, colpi bassi e tanto altro) che, almeno attorno al 4 marzo è stata chiara e netta a tutti.
Che "c'azzecca" tutto questo con l’attuale momento politico? A livello locale tantissimo, perché si sarebbe potuto fare molto (come ha dimostrato la recente elezione del nuovo presidente della Provincia di Como) se solo non ci fossimo auto-frenati sulla questione ComoAcqua (ricordate? Avevamo una maggioranza schiacciante nel pre-elezioni 2017 e Como, purtroppo, non fu locomotore del cambiamento), se non avessimo lasciato andare l’ormai fatta fusione Cpt-Spt (eravamo in maggioranza a Como, in Provincia di Como, in Provincia di Lecco e nella compagine societaria di Cpt; ne stiamo discutendo ancora oggi), se avessimo spinto non sui giornali, ma nelle sedi opportune, la vicenda della Tangenziale di Como, e via discorrendo. In sintesi, se avessimo affermato il ruolo del Pd non in quanto partito di maggioranza gestore pro-tempore di incarichi e ruoli, bensì come soggetto capace di produrre strategie a vantaggio del territorio. Questo, in fondo, è lo scopo di un partito: proporre idee e soluzioni per migliorare ciò che c'è attorno, in chiave territoriale facendo leva sugli amministratori che ne condividono le idee. Nulla di più.
Se questa è la premessa, candidarsi alla guida di un partito è una cosa seria, specie se lo si fa non come portatore d’interessi altrui, ma con l’unico e sano fine di contribuire al cambiamento. Un cambiamento citato perfino da chi per anni è stato parte integrante della governance: non me ne voglia nessuno, ma come si può aspirare a cambiare se, pur avendone già avuta la possibilità, quel cambiamento non lo si è inseguito?
Sul Lario, è plasticamente chiaro dagli schieramenti in corsa, ci sono due proposte: lo status quo, all’interno del quale ci sono proprio tutti coloro che hanno governato il Pd nell’ultimo decennio e più, e quelli che affettuosamente definisco gli “scappati di casa”, coloro i quali, cioè, mal digeriscono la ridotta discussione nelle sedi comuni, con le scelte decisive lasciate davvero in mano a pochi. Le ultime nomine, solo in stretto ordine di tempo, raccontano tutto ciò. Al netto della loro bontà, o rispettabilità (che non metto in discussione).
Ecco perché non avrebbe avuto senso per me concorrere. Accantonando per un attimo il prevedibile risultato negativo, fattore (inutile nasconderselo) da mettere nel conto, in questa elezione, ancora una volta, non è in gioco un progetto politico territoriale. A che serve, dunque, tutta ‘sta manfrina, se non a rinserrare i ranghi mascherando il proposito con una tutta da dimostrare richiesta di unità interna? La risposta la lascio a chi avrà avuto la bontà di leggermi.
Ora chiudo davvero e lo faccio con un pensiero semplice. L’Ultimo dei Moicani (italianizzato, senza –h) c’è ancora esattamente come quando era il primo (o meglio “tra i primi”, perché al tavolo si era in otto, tra cui c’era pure chi diceva di non poter apparire, ma provava comunque a dettare l’agenda). Se qualcuno pensa che il suo obiettivo possa essere strappare la gestione della “casa” a chi invece se la vuole tener stretta stretta tra le sue mani si sbaglia di grosso. E' uno scopo che non lo appassiona, nemmeno un pochetto. Chi vuole la casa se la tenga pure. Ci farà ben poco, se non capendo che quella è soltanto uno strumento, non il fine ultimo da raggiungere e conservare a tutti i costi, alleanze improbabili comprese. Nel frattempo, dalla casa si scappa a gambe levate. Meno di 700 iscritti - diciamocelo pure - sono l'immagine più nitida di tutto questo.
Comunità, aperturtura e unione diventano così parole vuole. C'è bisogno di una visione circa il ruolo di Como e della sua provincia sullo schacchiere regionale e nazionale e di una strategia per attuarla. E' troppo chiedere di poter contribuire a questo? Mi auguro di no. A prescindere da chi guadagni lo scettro domenica.




Nessun commento

Torna ai contenuti | Torna al menu