UN "TI VOGLIO BENE" CARICO DI RABBIA - Alberto pensa - Alberto Gaffuri

Vai ai contenuti

Menu principale:

UN "TI VOGLIO BENE" CARICO DI RABBIA

Pubblicato da in Semplicemente Alberto ·
Se tutta questa avventura è iniziata, in fondo, è un po’ colpa tua. E’ stato proprio con te e un altro pazzo scatenato, che nell’estate del 2008 partorimmo l’insana idea di “mettere in piedi una lista”, costrutto che forse poco si addice all’italiano fluente, ma rende bene, benissimo, l’idea dello spirito che aleggiava quel giorno. All’epoca, sui tuoi tavolini, io e lui ci venivamo abbastanza spesso. Ciò, al netto del fatto che su quel benedetto menù – e dico benedetto perché in quell’impasto ho sempre pensato ci fosse qualcosa di magico – mancasse il salmone, quel salmone che Raffo ti faceva pesare ogni volta. Un po’ come facevi tu, del resto: ripetere fino all’ossessione un concetto, nella speranza che questo entrasse in testa agli altri. Che poi tu credessi davvero in quel che dicevi, oppure no, a quel punto poco importava. Dovevi convincerci.
Andammo avanti, assieme, e venne il primo incontro per aggregare i gruppi allora seduti in minoranza. Eravamo al centro civico, c’erano una ventina e più di persone. In pochi si sbottonavano, così come spesso avviene quando c’è paura di fare il primo passo. No, tu no, e a precisa domanda, ti girasti dritto verso di me, incurante – come sempre, almeno all’apparenza – del giudizio di chi stava lì: “Il sindaco? Eccolo, è lì. Di questo non si discute”. Sì, dicesti grosso modo queste parole, una frase che avrebbe potuto destabilizzare la riunione, ma che invece suonò così solenne (e mi viene un po’ da ridere, pensando che a dirla fossi stato tu) da non essere messa in discussione.
Ecco, tutto iniziò in questo modo. Ora lo sanno tutti, così come tutti coloro che leggeranno queste righe sgangherate ricorderanno quanto ci mettesti del tuo per aiutarmi. A costo di farti odiare recapitavi a chiunque in paese pizze con il volantino elettorale annesso, arrivando addirittura a inventarti una pizza nuova (no, non quella al salmone) pur di ricreare il simbolo della lista, la nostra lista, sulla sua superficie. Una roba esagerata, così come esagerato eri tu. Anche nel decidere di andartene.
Fu una cavalcata esaltante e, alla festa successiva – Dove? Ovviamente da te, in veranda – tirasti fuori una maglia celebrativa che avevi già preparato ma che, sapendo quale era il mio carattere, avevi custodito gelosamente dietro al bancone, o chissà in quale altro cassetto. Quando la tirasti fuori ti brillavano gli occhi, esattamente come quando mi vedesti arrivare tronfio di quel risultato sicuramente tuo per un pezzetto. Peccato io non l’abbia mai avuta: tanta fu la gioia che ognuno dei presenti ne volle una e io, pirlotto, rimasi senza. Ricordo quello sguardo, e lo porterò con me di qui in poi, perché quel sorriso beffardo e un tantino irriverente nascondeva una generosità davvero non comune. La tua.
Ci conoscevamo da sempre, non fosse altro perché le nostre vite avevano un comune denominatore: via 4 Novembre. Nonostante ciò, finché Pietrino non mi propose di dargli una mano in un’estate di tanti e tanti anni fa non ci eravamo granché frequentati. Ricordo quando mi presentai da te, camicia bianca e pantaloni neri, per provare a fare il cameriere. Probabilmente capisti al volo che non ne ero tagliato, ma mi facesti provare lo stesso, forse per non deludere me, o più probabilmente l’amico che da te mi aveva accompagnato. La moltiplicazione delle vongole fu il punto più alto di quell’esperienza, un pensiero che ancora mi ha sorridere, ma oggi anche piangere visto che, se lo ricordo, è perché te ne sei andato.
Tu eri così. Prendere o lasciare, ma anche tanto dare, nel tuo modo, ma sempre a piene mani, senza lesinare. Ripenso a quando, in un momento particolarmente difficile per me, ti inventasti di portarmi a Ponte di Legno a sciare pur di togliermi da casa. La giornata era nebbiosissima e nessuno saliva in quota. Ti chiesi perché noi lo facessimo e, sempre sogghignando, mi dicesti che l’avrei capito dopo. Arrivati sulla pista non si vedeva praticamente alcunché. Pur non essendo un esperto, e uso un eufemismo parlando di me sugli sci, non ebbi paura. C’era Teo con me, e lo scrivo ragionando oggi su quanto fosse importante il fatto di essere lì con te. Scesi una, due, tre volte da quel pendio tutto grigio, incurante di dove fossi. L’indomani, con una giornata serena, appena guardai alla pista non volli salire sulla seggiovia. “Hai capito perché ti ho portato con la nebbia, Gnocch?”, mi riprendesti sornione.
Di questa vicinanza, io, ne ho sempre goduto. A volte frenando la tua esuberanza, altre vivendoti come un fratello un po’ svitato, ma sicuro, forte, leale. In fondo poco mi importava del tuo essere casinista, io sapevo che c’eri. Cinque anni fa, quando ti chiesi di ricandidarti, ricordo che mi dicesti di avere poco tempo. “Sai che su di me potrai contare, anche solo per alzare la mano. Se servirà, io ci sarò”, mi spiegasti anticipando che, di lì in poi, non avresti potuto essere onnipresente com’era stato in precedenza. Di questo ogni tanto ti sbeffeggiavo, ancorché sapessi benissimo che, in caso di necessità, per me ci saresti stato. Non è importante dire al mondo quante volte, peraltro, così è stato. Io lo so, e tanto mi basta per ringraziarti.
Prima di lasciarti, non voglio tralasciare le litigate, alcune sonore, fatte. Non ti renderei giustizia se omettessi le mille battaglie combattute con te e i “miei” due Gianni ogni qualvolta pensavamo qualcosa da fare di nuovo. Inutile nasconderselo: mancava sempre una virgola all’appello, c’era sempre una dimenticanza, un cavillo, o un pezzo da rincorrere, e questo mi faceva incazzare, da morire. Urla, grida e qualche parolaccia, ma anche tanto rispetto tra di noi, come poche volte ho vissuto nella mia vita. Ogni proposta era qualcosa di più grande, di più prestigioso, di più difficile da raggiungere. Alla fine, pur con i cerotti, ci siamo sempre arrivati. Tanta roba, immensa, purtroppo irripetibile.
Ultimo, e chiudo davvero, un pensiero per chi rimane. Lo faccio prendendo a prestito un’immagine familiare, di ieri sera. Mentre Elisa scorreva nervosamente Facebook, l’occhio di Carlo è caduto sulle frequenti foto pubblicate in rete. La domanda, immediata, è stata un pugno nello stomaco. “Quando andiamo da Teopizza?” ci ha chiesto ingenuamente, prima di vederci piangere. Nell’ingenuità dei suoi tre anni e mezzo, la domanda del mio cucciolo è stata quella che, oggi, si stanno facendo tutti coloro che Matteo l’hanno conosciuto, frequentato, goduto. Forse varrà poco questa considerazione, ma il solo fatto di chiederselo racconta quanto lui sia stato importante per ognuno di noi.
Sì, sono arrabbiato. Lo siamo in tanti, con te. Ecco perché mi sono messo a scrivere. Come dicevi ridendo, del resto, è l’unica cosa che so fare. O almeno così si presume. Per una volta me ne frego del giudizio di chi leggerà. Ognuno pensi quel che vuole. Io, per quel che vale, d’ora in poi proverò a dire qualche “Ti voglio bene” in più. Anzi, ho già iniziato a farlo. Diversamente, tutto questo non avrebbe davvero avuto alcun senso. Ammesso che potremo mai trovarne uno.




Nessun commento

Torna ai contenuti | Torna al menu