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LA DOLCEZZA DI POMODORI FINALMENTE "REGOLARI" (tempo medio di lettura <4')

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A me i pomodori piacciono, così come mi piacciono le arance, le mele e tantissimi altri frutti del lavoro dei campi. Quando vado al supermercato ne controllo meticolosamente la provenienza, con l’idea che acquistare prodotti italiani sia meglio. Ciò, beninteso, non per un esasperato nazionalismo che non mi appartiene, bensì per la convinzione che, nel piccolo, questo possa contribuire a sostenere il nostro Paese. Una valutazione approssimativa? Certamente sì, utile però a farmi sentire un po’ migliore. Chissà poi perché, pensandoci bene.
Nonostante questo, il prezzo – e non lo nascondo, sarei un ipocrita a farlo – è una variabile che considero. Ecco perché, in definitiva, bene il frutto del desiderio sia italiano; bene, o forse più, che non costi enormemente oltre i concorrenti.
Archiviata la premessa, il pensiero va a quei famosi 600mila stranieri in assenza dei quali tutto questo non sarebbe possibile. Un vero e proprio esercito di braccianti, per lo più sfruttato (e lo sappiamo bene, ancorché davanti al banco ciò non ci indigni più di tanto) e sostanzialmente invisibile ai più, dimenticato, trattato come se non esistesse.
Tutto questo, invece, esiste, ha la dimensione della città di Palermo, o di cinque Bergamo messe assieme, e vive alla giornata, sperando che qualcuno l’assoldi nel momento propizio per pochi spiccioli. Non si parla di immigrati in arrivo sui ponti delle navi, ma di persone che abitano e operano stabilmente in Italia e che se anche fingiamo di non vedere non per questo non esistono.
Che fare, dunque? Lasciarli nell’illegalità, consentendo che per disperazione diventino manodopera a basso prezzo per la malavita organizzata, oppure regolarizzarli con il permesso di soggiorno a fronte dell’impegno all’impiego dei datori di lavoro?
Io, e non me ne vergogno, sono per la seconda strada. Lo sono convintamente, certo che un’opportunità si possa e si debba dare, con l’aspettativa che questo possa da una parte dare dignità a centinaia di migliaia di persone (perché gli stranieri, prima che irregolari, sono uomini, donne e bambini) e dall’altra favorire le aziende che vogliono staccarsi dalla morsa del caporalato, contro il quale un segnale forte dello Stato, prima o poi, deve arrivare.
Distogliere lo sguardo, raccontarsi che ci sono tantissimi italiani che vorrebbero lavorare nei campi (Dove?, mi chiedo. Io non ne conosco), gridare all’invasione quando, nei fatti, le persone da regolarizzare sono già in Italia non risolve il problema. Anzi.
E’ un po’ come quando ci si scandalizza di fronte a chi vuole legalizzare le droghe leggere – che, beninteso, non uso e non sponsorizzo – lavandosi la coscienza nella finzione che lo spaccio non ci sia, o comunque sia residuale, lontano da noi. Invece c’è, è fiorente, produce delinquenza e malavita e, soprattutto, ha grande, grandissimo mercato. Tra di noi, ricordiamocelo.






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