IL COACH, QUELLO SCONOSCIUTO - Alberto pensa - Alberto Gaffuri

Vai ai contenuti

Menu principale:

IL COACH, QUELLO SCONOSCIUTO

Pubblicato da in Alberto il coach ·
Il coach è una “carrozza”. Il suo ruolo, non a caso, è quello di trasportare il cliente verso il successo finale. Per farlo, crea una relazione con il suo coachee e, dopo avergli consentito di prendere consapevolezza dei propri obiettivi, lo aiuta a trovare una strategia per arrivare al traguardo e, indivuduata quest'ultima, ad agire.
La vera differenza, insomma, la fa l'azione: i buoni propositi non bastano; i sogni, da soli, finiscono per rimanere tali. Il coach, invece, affianca, stimola e incoraggia il suo cliente, consentendogli di fissare micro-obiettivi che, uniti l'un l'altro, portano all'obiettivo finale in un percorso continuo all'insegna dell'autogenerazione.
Alla naturale resistenza al cambiamento insita in ognuno di noi, il coach disegna un viaggio nello sviluppo dell'autostima e nel potenziamento delle competenze propedeutico a fare quei primi due passi (il primo, ovviamente, non è sufficiente) alla base di qualsivoglia successivo cammino. Più difficile a dirsi che a farsi. Ecco perché un buon coach non inventa chissà quali ricette da seguire, ma scopre strade che i suoi clienti già nascondono al loro interno.

L'obiettivo di un coach è portare il suo coachee all'autorealizzazione. Consapevolezza e convinzione del sé, in quest'ottica, sono i due ingredienti necessari, ma non sufficienti, a far s^ che il cliente prenda coscienza di quel che è e quale è il risultato che vuole raggiungere per stare bene, per sentirsi felice e realizzato. Partendo dalla considerazione che “le emozioni non mentono mai”, il primo passo verso il cambiamento non chiude il percorso avviato, ma semmai lo apre verso nuovi orizzonti. “Lotterai, l'otterrai, lo terrai”, del resto, sono tre azioni da tenere ben in mente che, seppur apparentemente simili, in realtà racchiudono in sé l'essenza di una crescita che passa dal sacrificio, raggiunge la soddisfazione, impegna della prosecuzione.

L'inconscio finisce per parlare più velocemente del cervello; il corpo prevale sulla razionalità; Non c'è dunque soltanto la razionalizzazione di un processo (un'azione ripetuta ossessivamente), ma anche – e forse anche più – la partecipazione fisica ed emotiva susseguente a una necessità fisica di stare meglio, di trovare la propria collocazione, di sentirsi soddisfatti di quel che si è.

L'intervento del coach parte dall'ascolto, senza giudizio. Non c'è immedesimazione nel cliente, ma  apertura a quello che il coachee sente, considerando che il corpo è un contenitore di emozioni che, anche se trattenute, inevitabilmente finiscono per mostrarsi. “Parlare è un bisogno, ascoltare è un'arte”, diceva Goethe. In una contemporaneità dove sempre più si esterna, ma difficilmente si interiorizza ciò che gli altri comunicano, l'ascolto è la chiave di volta per qualsiasi ricerca assistita del proprio io.



Nessun commento

Torna ai contenuti | Torna al menu