IL CAPO-FAMIGLIA E GLI "SCAPPATI DI CASA" (tempo medio di lettura: 4') - Alberto pensa - Alberto Gaffuri

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IL CAPO-FAMIGLIA E GLI "SCAPPATI DI CASA" (tempo medio di lettura: 4')

Pubblicato da in Semplicemente Alberto ·
Ci sono in ogni famiglia. Apparentemente vanno controcorrente, o comunque non sono quasi mai in linea con la logica che vuole il capo-famiglia come decisore assoluto, sempre e comunque. I modi non sono sempre urbani; il carattere è veemente, la forma non necessariamente adatta ai consessi ingessati a base di posate d'argento e cristalleria varia.
Può capitare, infatti, che la forza delle loro idee li faccia ogni tanto scivolare sul più bello, alimentando negli altri commensali la sensazione di essere un tantino fuori posto, non fosse altro per l'assenza assoluta di sussulti nella media dei presenti. Qualcuno ne è ammirato, ma non può dirlo. Un conto è sapere che il capo-famiglia, di tanto in tanto, va messo in discussione; altra cosa è farlo, visto il timore di perdere la guida e, a quel punto, di dover fare da sé, cosa non certo semplice da attuare dopo anni di torpore.
Di una cosa, evidentemente, non difettano. Il coraggio delle loro idee è chiaro, lampante anche a chi finge di non vedere, o sentire. Gli “scappati di casa”, infatti, non rispondono alla logica dell'attesa del proprio turno, a quella semplice strategia che vuole molti, forse troppi, prostrarsi al capo-famiglia in attesa che, al prezzo della massima fedeltà, sia successivamente quest'ultimo a dispensare i “gradi” e, così facendo, a garantire l'accesso all'eredità, qualunque essa sia.
No, questo sistema a loro non piace, non ci si ritrovano e, di conseguenza, non sono disposti ad abbracciarlo. Ciò, pur sapendo che potrebbe pure convenire. Un bel silenzio, quando non anche una finta adesione, farebbe di loro dei potenziali beneficiari. E invece no.
Non è masochismo, il loro. Si tratta, molto più semplicemente, della consapevolezza che non esiste una ricetta per tutte le stagioni, che a sfide nuove corrispondono interpreti nuovi, rinnovati non solo nei volti, ma anche nei modi.
Quest'ultimo passaggio, del resto, rappresenta la vera differenza. Non basta che il capo-famiglia individui nuovi luogotenenti cui impartire gli ordini. Se nuovi devono essere – questo il senso ultimo – i prescelti non debbono soffrire gli stessi condizionamenti di chi li ha preceduti, ma necessitano di massima autonomia per mettere in discussione, quando e se necessario, la parola del padre.
Non c'è senso di rivalsa in questo pensiero, non c'è acredine nei confronti del capo-famiglia, né mancanza di rispetto. C'è, semmai, il desiderio di essere fatti partecipi non per cieca sudditanza, ma per condivisione dei valori familiari. La riflessione, a quel punto, si sposta. Nel mirino c'è il sostrato che tiene unita la famiglia e che forse lo stesso capo-famiglia ha un po' perso di vista, o quantomeno dimenticato di spiegare agli altri.
Le strade, a quel punto, sono due. Il padre più decidere di mettere in un angolo chi ne mette in discussione la gestione, sperando che gli altri non aprano gli occhi, o proseguano a fingere che nulla sia mai successo. Al contrario, il capo-famiglia può invece scegliere nell'armadio l'abito del padre-nobile, evitando uno scontro familiare per concentrarsi su una ben più proficua discussione su ciò che funziona e su quello che, invece, va cambiato. Anche, e magari prima di tutto, nei suoi comportamenti.



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